ELABORATI

COS’E’ SECONDO ME LA PACE

La pace secondo me si può esprimere in due modi: la pace vera e la pace apparente.

La pace apparente è quella fondata sulla paura per cui nessuno fa niente per timore di essere ucciso, poi c’è anche la pace che è solo un’assenza di guerra, dove non ci si spara ma si è sempre pronti con i fucili puntati.

Secondo me se c’è la pace se non ci sono le armi.

La pace vera non si può ottenere con la guerra, perché se ci fosse la guerra non ci andrebbero di mezzo solo i soldati ma anche i civili.

Se ci fosse la pace vera le persone sarebbero libere di camminare per strada senza aver paura che, da un momento all’altro, qualcuno o qualcosa li uccida.

Chissà se un giorno tutto il mondo sarà privilegiato dalla pace.

Nicolo D’Urso, 11 anni

LA REDAZIONE ABC JUNIOR DEDICA QUESTO COMPONIMENTO AI LAVORATORI DEL PORTO DI GENOVA CHE LUNEDI’ 20 MAGGIO, SCIOPERANDO TUTTA LA NOTTE CON IL SOSTEGNO DI ASSOCIAZIONI PACIFISTE, SI SONO RIFIUTATI DI FAR ATTRACCARE LA BAHRI YANBU, UNA NAVE SAUDITA CHE QUINDI NON HA POTUTO IMBARCARE MATERIALE BELLICO DIRETTO ALLA TRAGICA GUERRA IN YEMEN CHE HA FINORA UCCISO 80 MILA BAMBINI.

LA NAVE SI DIRIGERA’ VERSO ALESSANDRIA D’EGITTO E NON HA IMBARCATO NE’ CANNONI NE’ I GENERATORI ELETTRICI MILITARI. NEL PORTO SVENTOLA ANCORA LO STRISCIONE CON LA SCRITTA “STOP AI TRAFFICI DI ARMI, GUERRA ALLA GUERRA”

Redazione ABC Junior

 

YEMEN: BOMBE CHE NON FANNO TROPPO RUMORE

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Lo Yemen è un paese del medio oriente, situato nella punta meridionale della penisola arabica. La forma che assume il confine di questo paese è rettangolare, particolare da non tralasciare, in quanto si può facilmente ricondurre la motivazione di un confine così ben delineato ad una decisione politica presa senza considerare realmente le esigenze dei popoli che abitano queste terre. Il paese risulta dilaniato dal marzo del 2015 da una guerra civile che vede contrapporsi la coalizione di cui è a capo l’Arabia saudita sostenuta da Stati Uniti e Inghilterra, e i ribelli Houthi appoggiati dall’Iran.
Le cause scatenanti il conflitto risalgono all’agosto 2014 quando il governo smette di fornire sussidi per il carburante, i prezzi salgono alle stelle, e non si fa attendere la reazione dei ribelli Houthi (sciiti) che da protesta si trasforma in scontro armato. Nel settembre 2014 i ribelli Houthi conquistano gran parte della capitale Sanàa. Nel gennaio 2015 gli Houthi mettono agli arresti domiciliari il presidente Hadi, che nel Febbraio 2015 scappa nel sud dello Yemen ad Aden, mentre il popolo manifesta per chiedere agli Houthi di ritirarsi. Il 26 marzo 2015 viene commesso il primo crimine: una coalizione di stati del medio oriente al cui capo si trova l’Arabia Saudita indice una campagna militare contro gli Houthi. Nel frattempo il presidente Hadi fugge in Arabia Saudita. Passa qualche mese e la situazione diviene sempre più tragica, tanto che nel luglio 2015 i quattro quinti della popolazione hanno bisogno di assistenza umanitaria. Nel novembre 2015 il presidente Hadi torna nello Yemen, ma rimane confinato nel palazzo presidenziale di Aden. Nell’aprile 2016 in Kuwait viene aperto un negoziato tra i due fronti promosso dalle Nazioni Unite e viene proclamata una tregua. I combattimenti però non cessano e nell’Ottobre 2016 un attacco aereo condotto dall’Arabia Saudita provoca la morte di 140 persone che stavano partecipando ad un funerale, a seguito di questo attacco Stati Uniti e Inghilterra chiedono un cessato fuoco senza condizioni e per settantadue ore, a partire dalla mezzanotte del 19 ottobre 2017, i bombardamenti vengono interrotti.

Il 14 Novembre 2017 i ribelli Houthi dichiarano di voler smettere di combattere e che sosterranno un governo di unità nazionale. Il 19 novembre 2017 viene proclamata unilateralmente dalla coalizione saudita una tregua di quarantotto ore che non viene rispettata né dai ribelli Houthi, né dalle organizzazioni governative. Il paese rimane quindi spaccato in due; controllato al nord dai ribelli Houthi e al sud dal governo. Ad oggi si parla di più di 8 000 morti di cui l’86% civili, il rapporto è di 21 civili uccisi ogni 4 soldati e di più di 45 000 feriti. Il 60% degli scontri avviene in zone abitate e dove le bombe non riescono a strappare bambini e adulti alla vita arrivano f me e epidemie. La zona è difficilmente raggiungibile e le organizzazioni umanitarie riescono a svolgere solo in parte il proprio compito incontrando grandi difficoltà. Questo è lo scenario di morte e distruzione che l’Italia ha contribuito a delineare producendo e vendendo armi all’Arabia Saudita. Alcune delle bombe inesplose riportano infatti un numero di serie che certifica la produzione delle stesse in Italia, più specificatamente in Sardegna. Il ministro della Difesa risultava a conoscenza della situazione e diverse interrogazioni parlamentari sono state mosse riguardo questo argomento, ma non a tutte è stata data risposta. Resta da chiarire la posizione intrapresa dal nostro paese in quanto vi sono leggi che regolano il commercio degli armamenti e vietano esportazione e transito verso i paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani. Per quanto ancora potremo fare finta di non sentire lo scoppio di bombe che ci sembrano molto distanti, ma che in realtà sono fabbricate proprio nel nostro stesso paese? L’indifferenza è una presa di posizione, è una scelta, è decidere di permettere che questo massacro continui.

Contu Nicoletta, Terraneo Lorenzo, Lago Martina, Russo Giaime, Riboldi Matteo, Manfroi Arianna dell’ Istituto di Scienze Umane Vilfredo Pareto Milano

DAL COLONIALISMO AL NEOCOLONIALISMO IN AFRICA

Sin dal XIX secolo, l’Africa è stata un continente sfruttato e conteso dalle maggiori potenze europee, in particolar modo Francia e Gran Bretagna, ma anche da Paesi come Italia e Portogallo, tutti interessati al proprio potenziamento economico attraverso le risorse naturali presenti sul territorio africano.

Tal forma di dominazione economica incombe tutt’oggi, in particolar modo da parte dello Stato francese che, in seguito alla Seconda guerra mondiale, ha imposto il proprio monopolio economico attraverso l’istituzione del Franco CFA, una valuta utilizzata in ben quattordici Stati africani, le ex colonie francesi di Mali, Benin, Camerun, Costa d’Avorio, Ciad, Niger, Burkina Faso, Repubblica Centrafricana, Repubblica del Congo, Gabon, Guinea-Bissau, Guinea Equatoriale, Senegal e Tongo.

Creato come Franco CFP (Colonies françaises d’Afrique) in seguito agli accordi di Bretton Woods del 1944 per evitare un impoverimento generalizzato dell’Africa, risulta, di fatto, un espediente attraverso cui la Francia, ma anche l’Europa, controlla l’economia di questi Paesi, impossibilitati a sviluppare un proprio mercato commerciale e finanziario indipendente dalla ex madrepatria.

Nel corso della storia, alcune personalità dello scenario africano hanno tentato di ribellarsi a questa situazione d’oppressione, così sono nati alcuni movimenti di protesta come quello panafricanista che, a partire dal processo di decolonizzazione dell’Africa, mira all’unità politica del continente africano.

Giusto la scorsa estate Kemi Seba, attivista del movimento panafricanista, ha bruciato una banconota da cinquemila franchi CFA come atto di protesta, affermando come la valuta sia un “lascito del colonialismo francese”, al che la Francia ha dato ordine allo Stato senegalese di arrestarlo.

È bene sottolineare come, sul territorio delle ex colonie, siano presenti delle basi militari dello Stato francese, utili a reprimere ogni forma di rivolta e mantenere l’imposizione del Franco CFA.

Ma passiamo a qualche dato: il 65% delle aree coltivabili sono in Africa, che produce il 75% del cacao ma ha solo il 2% del mercato mondiale del cioccolato.

Tutto ciò dovrebbe farci riflettere. Quante volte sentiamo, al telegiornale, l’ennesimo sbarco di migranti provenienti dall’Africa?

Molti di noi li accusano di “rubarci il lavoro”, li invitano in modo molto brusco a “tornarsene al loro Paese”, senza conoscere le originali cause delle scelte di molti cittadini africani che, nel proprio Paese, non hanno modo di realizzarsi a livello economico né sociale e che, pur di dare un senso alla propria esistenza, rischiano la vita in mare per dare modo alla speranza di accendersi.
Molti di loro non sopravvivono, altri si ritrovano a vivere nel pregiudizio e nella discriminazione, a fare da capro espiatorio in contesti di malcontento popolare che non li riguardano in prima persona, perché i governi non sono in grado di gestire la cosa pubblica come dovrebbero.

Il governo non ci informa, perché per esso vorrebbe dire autosabotarsi, “darsi la zappa sui piedi”, perciò preferisce mantenerci all’oscuro di questioni che, a ben vedere, ci riguardano in prima persona.

Ci riguardano in prima persona, e vorrei dimostrarlo così, con una lettera che scrissi un po’ di tempo fa:

Lettera all’emigrazione

Io non saprei definire quello che si prova a lasciare il proprio Paese ma, quello che so, è che veder qualcuno dover andare via dal posto in cui è nato e in cui ha vissuto fino a quel momento, con te, dopo aver parlato, dopo aver taciuto, dopo aver riso, dopo aver pianto, in tutti quegli anni… è triste.

Ricordo ancora il giorno antecedente la partenza di mia cugina: era il 25 aprile. In quel giorno festeggiammo una comunione in famiglia.
Lei sarebbe partita all’estero il giorno dopo. I suoi genitori avevano trovato casa in provincia di Zurigo, nella Svizzera tedesca.
Era da un anno che suo papà faceva su e giù dai due Paesi ogni week-end: l’anno prima aveva trovato lavoro a Oberweningen, la paga era buona, meglio di quanto l’avessero mai pagato qui in Italia dove, per giunta, avanzava denaro da altre persone mai intenzionate a restituire ciò che avrebbe meritato.
“Non preoccuparti, su. Ogni fine settimana scenderai, tuo papà l’ha detto”, ripetevo a mia cugina, entrambe in lacrime, intrecciate in un abbraccio.
La comunione era praticamente finita, tutti si erano alzati dai tavoli del ristorante mentre qualche cameriere toglieva le stoviglie da sopra le tovaglie e ora raccoglievano le proprie cose per dirigersi alle auto e rincasare.
Qualcuno piangeva, qualcun altro si abbracciava; altri consolavano l’uno, altri ancora rimanevano ritti a guardare la scena per poi fissare il pavimento, senza dire una parola.
Niente sarebbe stato più lo stesso, da quel giorno.
Quando sei nato in una famiglia in cui l’unione e l’amore sono al primo posto, è sempre doloroso accettare una possibile scalfittura, un evento che rompe quella sorta di equilibrio che dapprima persisteva. È impensabile, per una persona con una famiglia così unita, dover prendere atto che all’improvviso qualcosa è cambiato. È un trauma.
È impensabile credere davvero che per vivere siano più vincolanti le condizioni economiche che le condizioni di cuore, se per quanto riguarda le seconde vien possibile definirle così.
È assurdo che dipendiamo da ciò che possediamo; specie in Italia, dove fa carriera soltanto chi è raccomandato e, chi invece non lo è, si trova costretto ad emigrare verso Paesi in cui c’è più possibilità o, ancora peggio, a scegliere una strada diversa e meno appagante da quella cui si era puntati in principio: le soddisfazioni della vita non consistono nel semplice profitto, le persone desiderano crescere a livello personale secondo le loro attitudini!
Una di queste era mia sorella. Lei sognava il mondo della moda, fino a quando l’esito negativo al test d’ingresso per il politecnico di Milano l’ha svegliata.
Non ha potuto fare altro che aprire gli occhi ed uscire da quelle lenzuola per incamminarsi verso i saloni di parrucchieria: un test a numero chiuso dalla lista già prescritta l’ha costretta a tenersi appena in prossimità del suo obiettivo, ma entro un limite insormontabile. Si è dovuta adattare.
Poco fa ha comprato casa, va a vivere con l’amore della sua vita. È una soddisfazione, certo, ma è come se ti avessero dato un bicchiere d’acqua quando tu, poco prima, avevi fatto richiesta di un piatto di pasta.
Le piace il suo lavoro, ma a quattordici anni era un’altra la rotta che aveva in testa, non si sarebbe mai potuta immaginare che una tempesta a ciel sereno avesse potuto scaraventarla ai confini della sua meta.
Questi sono gli stessi sentimenti di tutti quei migranti che giungono a Lampedusa dopo aver visto in faccia la guerra, dopo aver dovuto dire addio ai propri cari: la speranza di arrivare, la disperazione nel non farcela. E poi il coraggio di riporre la tua vita nelle mani di colui che ti lascerà affogare o ti salverà, la fortuna – semmai così possa esser definita – di venir risparmiati dal caso; la possibilità in una nuova vita, in una nuova comunità, con una nuova cultura, nuove abitudini e nuove leggi. Come se rinascessi, come se alla fine della tua esistenza potessi dire di aver vissuto due volte.
Queste sono le stesse emozioni di chi è costretto a scappare, a farsi portar via le gambe da qualche nave per non permettere che la guerra gli porti via l’anima.
Questa è la storia di me, di te, di noi.
Questa è la storia di tutti, perché tutto questo potrebbe accadere persino a me, a te e a noi; questa è la storia di Nessuno, la storia di chi parte e poi ha nostalgia di casa: il desiderio del ritorno.
Questa è la storia di chi ama e poi piange; la storia di chi ama e poi si svuota.
Questa è la storia di chi ama e poi non sopravvive nonostante qualcuno avesse detto che, se ami, sopravvivi; nonostante qualcuno avesse detto che, se ami, ti salvi.
Eppure non è stato così. Eppure abbiamo i fondali pieni di corpi senz’anime, eppure abbiamo i campi pieni di ossa senza carne.

Giacomo Burati, Fabiola Coraini, Carlos Muraglia, Stefano Pellegrini, Beatrice Uniti

COSA SEI DISPOSTO A PERDERE PER LA TUA PERSONA? 

IL PREZZO PER LA LIBERTA’

Diritti umani: difficile definire cosa siano. Presenti in ognuno di noi, essi sono universali, tipici dell’essere umano, propri in quanto tale, aventi come fondamento la cura e la tutela dell’individuo designato. Talvolta negati e celati dietro sbarre invisibili, talaltra resi liberi e riconosciuti in forma scritta, i diritti sono la filosofia del nostro essere.  Questi, in varie aree geografiche, purtroppo vengono calpestati e non riconosciuti in modo appropriato, considerata la mancanza di una dichiarazione scritta.

Prendiamo in considerazione la questione femminile: molte donne rischiano la loro vita per qualcosa che è, già dal principio, parte di loro ma che, il più delle volte, rimate ignorato, poiché considerato troppo insignificante.

A livello legale, lo Stato tutela la condizione giuridica della donna mentre, sul piano morale e culturale, talvolta la certezza di tale tutela di fatto non viene garantita. Ciò dipende dalla visione dei più “anziani”, condizionata dagli stereotipi dell’antichità, che li porta ad avere una considerazione della femminilità come inferiore e limitata a determinate mansioni di carattere minoritario. Tale visione influenza, quindi, spesso anche le generazioni a seguire.

La visione della donna, dunque, viene spesso alterata e ridotta solo alla soddisfazione dei bisogni primari maschili. Diritti che nella società occidentale sono riconosciuti e accettati come ovvi  alla base della quotidianità, per altre popolazioni dell’Africa risultano essere miraggi e traguardi irraggiungibili. Ciò, di conseguenza, si riflette nella mancata possibilità di espressione, di opinione e di stampa, eliminando completamente la dignità umana.

Di Biase Simone, Negroni Rossana, Giorgi Serena, Fanti Camilla dell’ Istituto di Scienze Umane Vilfredo Pareto Milano

Erdogan e la dittatura

Erdogan e la dittatura

Nato ad Istanbul, in una delle strade dei quartieri degradati della città di Kasımpaşa, il 26 febbraio del 1954 da una famiglia islamica osservante. Da ragazzino, vendeva limonata e focacce di sesamo (simit) per le strade dei quartieri degradati della città per aiutarsi economicamente, mentre durante la gioventù intraprese la carriera da calciatore non portandola a termine, iniziando quella politica come sindaco di Istanbul dal 1994 al 1998. Venne giudicato colpevole e imprigionato nel 1998 per incitamento all’odio religioso dopo aver declamato pubblicamente i versi del poeta Ziya Gökalp. Uscito dal carcere, ha fondato il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP), a cui ha impresso un carattere più moderato rispetto ai precedenti partiti islamici turchi. L’AKP ha status di osservatore presso il Partito Popolare Europeo, gruppo conservatore e democratico-cristiano.

Nelle elezioni legislative del 2002 (le prime a cui abbia partecipato) l’AKP ha ottenuto il 34,3% dei voti, diventando il primo partito del paese e ottenendo una schiacciante maggioranza in parlamento per via del sistema elettorale turco.

Dal 2003 al 2014, anno della sua elezione a presidente della Repubblica, fu eletto primo ministro per tre mandati consecutivi. Il 10 agosto 2014, Erdoğan vince le prime elezioni presidenziali, si tratta della prima elezione diretta del Presidente che in precedenza era eletto dal Parlamento. Erdogan è tuttora il presidente della Turchia. Fin dal 2002 il suo scopo principale è stato rifondare l’impero Ottomano.

Il presidente inoltre ha mostrato più volte la sua posizione politica:

  • DONNE: affermando il “ruolo” della donna come dedita alla maternità basandosi sulla religione. Per questo motivo secondo lui le donne non possono avere diritti sulla maternità, l’aborto infatti è considerato un reato.

  • OMOSESSUALI: la polizia turca ha interrotto la manifestazione “Gay Pride” con la forza, tramite l’uso di proiettili di gomma e lacrimogeni causando decine di feriti.

  • LIBERTA’ DI STAMPA: Il presidente Erdoğan e il suo staff hanno messo in atto azioni contro la libertà di stampa turca. L’ultimo giornale preso di mira è stato lo Zaman, dopo che questo ha pubblicamente condannato le azioni del presidente.

  • ISTRUZIONE: Più di 18mila dipendenti pubblici turchi sono stati licenziati perché considerati “una minaccia alla sicurezza dello Stato”.

    I motivi del licenziamento non sono stati resi noti e non è stata data la possibilità di intervenire in modo efficace.

    I lavoratori del settore pubblico reintegrati sono stati declassati a mansioni di minor livello e con uno stipendio inferiore, infatti molti insegnanti hanno deciso di lasciare il proprio lavoro.

  • AVVOCATI: a Istanbul, dal 2016 ad oggi, 1539 avvocati di alcuni oppositori del regime di Erdogan sono stati arrestati con l’accusa di cospirazione contro le istituzioni subendo un processo legale. Di questi, 580 sono ancora in carcere e 109 sono stati condannati, mentre altri hanno subito torture

Vorremmo ricordare il quinto anniversario della morte di Berkin Elvan un quindicenne turco che restò gravemente ferito durante gli scontri a Istanbul e morì dopo nove mesi di coma martedì 12 marzo 2014. Elvan fu colpito da un candelotto di gas lacrimogeno mentre andava a comprare il pane. È diventato col tempo il simbolo della dura repressione delle forze di sicurezza turche in quei giorni di protesta.

La madre accusa Erdogan dell’uccisione del figlio, portando migliaia di persone a manifestare

pubblicamente in varie città della Turchia, in favore delle dimissioni del dittatore.

Alla manifestazione parteciparono migliaia di persone, tra di loro la sua avvocatessa Barkin Timtik che per questo motivo sta subendo un processo per fiancheggiamento e una condanna a vent’anni di carcere. A lottare da anni contro queste atrocità anche un attivista, che ci ha raccontato tutto questo attraverso un progetto di geopolitica a cui la nostra scuola ha aderito, Gianfranco Castellotti, veterinario toscano che nonostante la sua professione ha deciso di combattere contro la dittatura di Erdogan, incontrando vari rischi (incarcerazione, torture e violenze). Non sono molte le persone che si mettono in gioco rischiando la propria vita, ma lui è un esempio di come tutti noi possiamo partecipare attivamente non lasciando soli ma invece aiutando chi lotta ogni giorno per la propria libertà.

Samuel Campanile, Debora Cirpaci, Giorgia Corbetta, Erika Reale, Melissa Roman – Liceo di Scienze Umane Pareto 4F  nell’ambito del progetto CONOSCERE PER FARE LA PACE

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